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UX design: le tendenze che sono rimaste (e quelle già sparite)

Una sedia essenziale nella luce accanto a un mucchio di oggetti decorativi coperti da un telo

Questo articolo era una lista di “tendenze UX per il 2025”. Riletto oggi, è un piccolo esperimento scientifico: alcune di quelle tendenze sono diventate pratica quotidiana, altre sono evaporate insieme all’hype. Così l’ho riscritto per quello che è diventato: un bilancio su cosa conta davvero nell’esperienza utente, al netto delle mode.

La semplicità ha vinto su tutto

Era la prima tendenza della lista ed è l’unica che non tramonterà mai, per un motivo semplice: non è una tendenza, è un principio. Le interfacce che funzionano sono quelle che tolgono. Meno passaggi, meno scelte contemporanee, meno testo decorativo. Se c’è una competenza UX su cui investire per i prossimi dieci anni, è ancora il coraggio di eliminare.

L’AI ha cambiato le interfacce (ma non come pensavamo)

La previsione parlava di “personalizzazione intelligente”. Quello che è successo è più radicale: la conversazione è diventata un’interfaccia a tutti gli effetti. Milioni di persone hanno imparato a “parlare” con un software, e questo ha alzato le aspettative verso tutti gli altri prodotti: se l’assistente capisce cosa intendo, perché questo modulo no? La nuova domanda del designer non è “dove metto il pulsante?” ma “serve davvero un pulsante?”.

Accessibilità: da capitolo finale a requisito

Qui il cambiamento è stato normativo prima che culturale: con l’European Accessibility Act, dal 2025 l’accessibilità è un obbligo per moltissimi servizi digitali, non più una voce “nice to have” in fondo al preventivo. Contrasti, navigazione da tastiera, testi alternativi, target touch adeguati: quello che era considerato un extra è diventato il minimo sindacale. Ed era ora.

Le mode che sono passate

La lista originale citava anche effetti tridimensionali spinti, micro-animazioni ovunque e dark pattern “ingaggianti”. Sono invecchiati male: le animazioni gratuite si pagano in performance e attenzione, e i dark pattern — oltre a essere sempre più regolamentati — erodono la fiducia, che è l’unica valuta che nel digitale non si recupera. Ogni effetto deve guadagnarsi il posto: se non comunica qualcosa, è rumore.

Cosa farei oggi, in pratica

Se lavori su un prodotto digitale, il bilancio di questi anni suggerisce tre investimenti sicuri: gerarchia chiara (l’utente capisce in tre secondi dov’è e cosa può fare), accessibilità reale (testata, non dichiarata) e contenuti scritti da persone che conoscono la materia. Tutto il resto — trend visivi compresi — è stagionale. E la stagione, nell’UX, dura sempre meno di quanto promettono le liste di tendenze. Compresa questa.