Di chi sono i nostri giorni? La mia risposta alla domanda di Paolo Sorrentino


Ci sono film che ti intrattengono e film che ti interrogano. E poi ci sono quei rari momenti, nel buio della sala, in cui una battuta sembra uscire dallo schermo e colpire proprio te, seduto in terza fila.

È successo qualche settimana fa, mentre guardavo La Grazia, l’ultimo lavoro di Paolo Sorrentino. C’è una scena, delicata e potente, in cui la figlia del Presidente della Repubblica si rivolge al padre e fa una domanda che mi è rimasta addosso come una seconda pelle:

“Di chi sono i nostri giorni?”

La risposta sembrava implicita, scontata. I giorni sono nostri, no? Siamo noi a viverli. Eppure, tornato a casa, quella domanda continuava a risuonare nel silenzio. Ho guardato la mia agenda, gli impegni, la routine. E ho capito che la risposta non era così semplice.

L’inganno dell’inerzia

Spesso viviamo in una sorta di pilotaggio automatico. Ci svegliamo al suono di una sveglia che non perdona, obbediamo a una lista di scadenze che non abbiamo scelto, ricopriamo ruoli lavorativi o sociali per quieto vivere. Ci muoviamo dentro una burocrazia esistenziale fatta di “si deve fare così”.

In quei momenti, i giorni non sono nostri. Sono dell’inerzia. Sono della paura di scegliere.

Ho scritto “Di chi sono i nostri giorni” proprio per ribellarmi a questa sensazione. È una canzone che nasce dalla necessità di riprendere il controllo. Nel testo dico: “Siamo noi la direzione / quando smettiamo di aspettare”. È un invito a smettere di essere passeggeri della propria esistenza.

Un esperimento visivo: l’intelligenza artificiale

Per il videoclip di questo brano, volevo rappresentare visivamente questo contrasto netto: da una parte il grigiore meccanico della routine imposta, dall’altra i colori caldi della libertà riconquistata.

Non ho usato telecamere tradizionali. Ho utilizzato l’intelligenza artificiale text-to-video. Ho “raccontato” al computer le mie sensazioni: le file interminabili di persone con lo sguardo basso, le sveglie che urlano, il grigio delle città. E poi la rottura: le mani che stringono un volante, la sabbia che scivola via, la luce del tramonto che inonda l’abitacolo.

È stato affascinante vedere come la tecnologia sia riuscita a dare forma a sentimenti così umani. Il risultato è un viaggio, a tratti inquietante nel suo realismo, a tratti liberatorio.

Meglio una strada sbagliata

Il messaggio finale che vorrei lasciarvi con questo brano è nel ponte della canzone:

“Motore acceso. / Strada sbagliata. / Meglio di una vita / mai guidata.”

Non importa se la direzione che prendiamo non è quella perfetta o quella che gli altri si aspettano da noi. L’importante è che sia nostra. Che le mani sul volante siano le nostre.

Vi invito ad ascoltare il brano e a guardare il video su YouTube oppure a seguirmi sulla mia pagina Spotify. E poi, se vi va, fatemi sapere: qual è quella piccola cosa che fate per ricordarvi che i giorni sono vostri?

A presto,

Marco