Quaderno aperto con pagine bianche e penna su scrivania in legno, luce naturale del mattino

112 giorni di silenzio: perché sono tornato a scrivere

Centododici giorni. Li ho contati stamattina, mentre il cursore lampeggiava su una pagina bianca che mi guardava come a dire: “E adesso?”.

L’ultimo post l’ho pubblicato il 25 gennaio. Parlava di Sorrentino, di una domanda che non mi ha mai più lasciato in pace: di chi sono i nostri giorni? Forse era già una premonizione. Perché i giorni successivi non sono stati miei. Non del tutto, almeno.

Ho pensato a lungo se questo ritorno meritasse una spiegazione o un semplice riavvio in sordina. Ho scelto la prima. Perché chi mi legge qui dentro lo fa da tempo, e meritava di sapere dove sono finito.

Il vuoto tra due post

Non c’è stato un dramma. Non c’è stata una crisi da raccontare a effetto. C’è stata una stanchezza più sottile, di quelle che non bussano, si infilano sotto la porta.

Scrivere è sempre stato per me un atto di ordine. Mettere in fila pensieri che da soli sgomitavano. A un certo punto, però, l’ordine ha smesso di arrivare, e ho preferito tacere piuttosto che fingere chiarezza.

Quello che è successo dentro

Ho continuato a vivere, ovviamente. A lavorare, a suonare in cucina, a leggere quei libri che si lasciano sempre a metà. Ma c’era una specie di mutismo creativo che faceva da sottofondo, come una radio rotta nell’altra stanza.

In quei mesi ho ascoltato più di quanto abbia parlato. È strano dirlo per uno che di mestiere comunica.

La musica che non smetteva di chiamare

Le canzoni, però, hanno continuato a bussare. Tre demo abbozzate, un giro di accordi che non mi lasciava in pace, una frase scritta sul retro di uno scontrino: “resto qui, anche se non parlo”.

Forse è questo il punto: la musica non ti chiede di stare bene per arrivare. La scrittura sì. Pretende lucidità, voce ferma, conclusioni. E io non ne avevo.

Quello che ho capito stando zitto

Che il silenzio non è il contrario del raccontare. È la sua palestra. Senza pause, le parole diventano rumore — e di rumore, là fuori, ce n’è già parecchio.

Ho capito anche che mi era mancato. Non il blog come oggetto, ma il gesto di mettere una virgola dove prima c’era confusione. Una piccola, privatissima forma di igiene mentale.

Cosa torno a raccontare

Le solite tre cose, in fondo. Le canzoni nuove che stanno arrivando — la prima ha già un titolo che non vi dico. Gli strumenti AI che continuo a smontare e rimontare per capirli davvero. E i pensieri che mi attraversano leggendo, guardando film, perdendomi nei discorsi degli altri al bar.

Niente piani editoriali rigidi. Niente promesse di costanza che poi non mantengo. Solo: tornare a scrivere quando ho davvero qualcosa da dire. Forse è l’unico patto che vale la pena di firmare con chi legge.

Ci risentiamo presto. Stavolta sul serio.