La mia storia 2 min di lettura

Imparare il silenzio: la storia dietro Sopra il filo di un respiro

Marco Maso in piedi nell'acqua calma del mare all'alba

C’è un’immagine che mi ha dato il via per scrivere Sopra il filo di un respiro: una singola finestra illuminata in un palazzo quasi completamente buio, in una notte di pioggia.

Ho pensato a quante vite scorrono così, in parallelo. Solitudini urbane che si sfiorano senza mai toccarsi, ognuno dietro il proprio vetro, a “guardare la vita degli altri”.

Viviamo in un mondo che ci chiede costantemente di “fare rumore per dimostrare di esistere”. Ci spinge a urlare, a definirci, a riempire ogni vuoto. Questa canzone è la mia dichiarazione d’amore per l’esatto opposto: per il silenzio.

Riconoscersi senza parlare

Sopra il filo di un respiro non parla di gesti eclatanti, ma di quel momento quasi magico in cui “uno sguardo sente”. È la sensazione profonda di riconoscersi in un’altra persona, di vedere la propria stessa fragilità nei suoi occhi e sentirsi, per un attimo, “un po’ meno soli”.

È una canzone sulla difficoltà di stare in equilibrio, sul sentirsi come “due luci nella nebbia”, aggrappati a qualcosa di impalpabile e fragile come “il filo di un respiro”. È l’accettazione che la verità, a volte, “non ha voce”, ma si manifesta in una mano che trema o nell’attesa di un treno.

La piuma: il filo conduttore del video

Quando ho pensato a come tradurre in immagini questa sensazione, sapevo di non volere una storia convenzionale. Volevo un’atmosfera.

Ho scelto un simbolo per rappresentare quel “filo di un respiro”: una piuma.

La piuma è il vero protagonista del video. È fragile, leggera, trasportata dal vento. La vediamo viaggiare attraverso il caos della città, fluttuare nel rumore, e poi riposare nel silenzio. Rappresenta quel legame invisibile, quella connessione delicata che cerchiamo.

Il video è un viaggio in questa città notturna, deserta, quasi onirica. C’è la nebbia, l’asfalto bagnato, e c’è la piuma che danza, finché non conclude il suo viaggio nel silenzio assoluto di una strada deserta, forse a New York, forse in un luogo dell’anima.

Perché forse, come dice il bridge, “vivere è soltanto questo”: imparare il silenzio e, in quel silenzio, riuscire finalmente a riconoscersi.

Spero che questa canzone e questo video vi facciano compagnia nelle vostre notti.


E voi? Vi siete mai sentiti un “punto acceso” in un palazzo spento? Avete mai incontrato qualcuno con cui avete “imparato il silenzio”?

Fatemi sapere cosa ne pensate nei commenti qui sotto o sui social.

Un abbraccio, Marco

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